GUIDO COSTA MIGLIAIA DI EURO. CHI NON LI HA, COME PUO’ FARE?

Articolo su Guido Baggio

“ Viviamo di emozioni giorno per giorno, senza fare progetti, ringraziando Dio dei miglioramenti che concedette a mio figlio”.  Raccontare il calvario del figlio Guido, per Antonietta Baggio significa rivivere la fatica quotidiana che la fa correre in tutto il Veneto per portarlo nel centro di logopedia a Portegrandi e a Milano, al centro di ipoterapia a Padova, nella piscina di Cittadella. Era il 19 dicembre del 2000, allora Guido aveva 19 anni e stava seduto sulla sua moto a Casella d’Asolo, in una piazzola a lato della Provinciale, chiacchierava con gli amici, quando un’auto lo ha investito in pieno.
“ E’ stato due mesi in coma tra la vita e la morte – racconta – poi ci hanno proposto un letto in Lungodegenza a Castelfranco.
Io mi sono opposta. “Portatelo dove volete, perche’ qui non c’ e’ più posto”, ci hanno detto. E’ stato mio marito a trovare in internet l’Unità specializzata per Cerebrolesi di Vicenza. Abbiamo telefonato, il giorno dopo ci hanno dato un posto”. Da lì e’ iniziato il lungo e faticoso percorso di recupero.  “ Qui ha dormito per cinque mesi – continua Antonietta – i medici non ci davano nessuna speranza, ma io, mio marito e i due fratelli di Guido non ci siamo arresi. Ad un certo punto si e’ risvegliato, e’ rimasto nella
struttura specializzata un anno e mezzo. All’inizio veniva nutrito artificialmente. L’ho sempre trattato come una persona normale, con dignità, lo porto in giro in carrozzina, al caffe’, nei negozi.
Non voglio nasconderlo, deve vivere il massimo che gli e’ possibile”. Le difficoltà pero’, per la famiglia Baggio, che gestisce un noto ristorante ad Asolo, non mancano. E sono sopratto economiche. Tutte le attività riabilitative di Guido sono a pagamento. Il sistema sanitario non arriva a pagare neppure i farmaci.
Non passa neppure la carrozzina elettrica. La pensione di invalidità e l’accompagnatoria (circa 600 euro al mese) sono risibili di fronte ai costi di un’ora di riabilitazione in piscina, o di una visita. Servono migliaia di euro al mese. “E’ comprensibile che alcune famiglie si arrendano – osserva ancora Antonietta – che affidino i propri cari ad una casa di riposo, dove il paziente in stato vegetativo finisce come numero.
E’ necessario, invece, aiutare le famiglie a tenere in casa questi giovani, perche’ solamente nel contesto sociale continuano ad essere considerati persone con la loro dignità”. ( m.s.)